SMS - Appuntamenti 10 dicembre 1999 - 2 aprile 2000

Siena, 1600 circa: dimenticare Firenze
Teofilo Gallaccini (1564-1641) e l'eclisse presunta di una cultura architettonica

L'iniziativa intende valorizzare la memoria storica della città, relativamente a un periodo spesso trascurato e in realtà ricco di fermenti scientifici, artistici, e letterari che sarebbero giunti a piena maturazione durante la grande stagione del pontificato di Alessandro VII, il senese Fabio Chigi.
Si parte dalla riscoperta della personalità di Teofilo Gallaccini, sintomatica figura di "erudito" (storico, filosofo, medico, astronomo, matematico, architetto, antiquario e letterato)che costituisce una significativa, anche se criticamente sfortunata, figura di uomo ad un tempo di scienza e di arte. Si sottolinea poi l'importanza, sino ad oggi per nulla o comunque poco valutata, della cultura architettonica senese tra manierismo e barocco. A cavallo cioè dei secoli XVI e XVII, periodo ideologicamente delicatissimo, coincidente con i primi tempi della traumatica perdita delle libertà municipali. In effetti la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento furono, nonostante il sostanziale silenzio della storiografia, specialmente architettonica, nei riguardi di questa stagione artistica, ricchi di fermenti e di proposte, quasi che la città avesse concentrato ogni sforzo per riscattare la sconfitta politica subita, puntando quindi su un radicale rinnovamento estetico e di pensiero. Si ritenne cioè che con la fine dell'indipendenza, l'unica possibilità rimasta all'intelligenza locale tagliata fuori dalla vita pubblica del granducato mediceo) di poter affermare la propria creatività e di mantenere comunque una "visibilità", fosse anche quella di accettare una sfida culturale che portasse al radicale rinnovamento del linguaggio artistico. Una Siena dunque che intendeva volgersi verso la Roma della Controriforma e dell'incipiente Barocco e offriva le spalle al dibattito artistico e al paragone provinciale della Firenze granducale.
Una simile ipotesi critica, riassunta provocatoriamente nel titolo della mostra, "Dimenticare Firenze", viene presentata al pubblico, avvicinandolo per gradi al problema, invitandolo innanzi tutto a riflettere su come, sostanzialmente da sempre, Siena avesse teso a distinguersi dalla grande avversaria territoriale, politica ed economica attraverso una radicale contrapposizione di scelte, anche di indirizzo culturale, e specificamente architettonico, a partire già dal XVI e XV secolo. Una diversità consapevole che il trauma della conquista granducale del 1555 avrebbe poi reso ancora più lacerante.
Se la potente vicina aveva ormai vinto, non restava altro che copernichianamente individuare un nuovo centro di riferimento cui volgersi liberamente. Caduta infatti ogni competizione sul piano politico-economico si poteva innescare una virtuosa gara fondata sull'emulazione e sulla ricerca. La Roma della riscossa economica quindi, del "disgelo" sentimentale post-tridentino, dell'abbandono delle tormentose ed elitarie eleganze del tardo Manierismo in nome di un'arte dai sentimenti più pienamente ecumenici, comprensibile ora non più solo dai dotti, ma anche dalla gente comune, insomma la Roma de nascente Barocco.
Gallaccini dunque, al pari dell'amico Giulio Mancini, archiatra pontificio e arbitro del dibattito estetico della cultura artistica protobarocca romana, con il quale il nostro condivideva non solo la nascita senese ma la accesa passione erudita per le arti, le scienze e la storia patria, soggiornò a lungo nell'Urbe riportando poi in Siena una nuova e apertissima visione culturale. Già dunque alcuni decenni prima che Fabio Chigi, asceso al soglio pontificio come Alessandro VII, portasse nella propria città natale le miniere e gli artisti del grande Barocco berniniano. La maggior apertura senese verso le esperienze della nuova arte non solo romana ma europea, si sostanzia anche nel fallimento, almeno dal punto di vista del mancato rinnovamento architettonico ed urbanesimo cittadino, che registrò la presenza a Firenze di Pietro da Cortona, altro "padre nobile" del Barocco romano insieme a Bernini e Borromini; un amaro niente di fatto da contrapporsi, invece, alle straordinarie imprese edificatorie poste in essere a Siena dall'équipe chigiana attorno alla Cattedrale, al complesso del Refugio e, se non altro a livello di ipotesi, alla stessa Piazza del Campo. E non a caso la stessa teoria architettonica gallacciniana, tramandateci grazie a preziosi manoscritti (oggi conservati soprattutto presso la Biblioteca Comunale degli Intronati), così moderna da avere conosciuto una lunga fortuna sino al successivo secolo dei Lumi ( il "Trattato degli errori degli architetti" verrà stampato a Venezia nel 1767), rivendica in effetti all'inizio del XVII secolo il diritto-dovere degli artisti di ritornare alle regole armoniose della "bella architettura" degli Antichi al fine di sfuggire all stretto sterile esercizio dei "capricci" del tardo Manierismo, criticando apertamente i massimi esponenti della cultura fiorentina quali Vasari da un lato e Michelangelo dall'altro.
Una simile rivendicazione di superamento di un'epoca non la si ritrova espressa con la medesima chiarezza neppure negli scritti dei grandi veneti, da Andrea Palladio a Vincenzo Scamozzi, che pure di fatto, tendevano egualmente a riportare l'architettura nel seno del grande classicismo inaugurato dal Rinascimento, seppure ora "modernamente" arricchito da un fasto tutto nuovo, da un gusto per la teatralità che, non a caso, farà grande la proposta artistica ed in particolare edificatoria di Gian Lorenzo Bernini.
la mostra esporrà quindi, innanzi tutto le principali opere teoriche di Gallaccini, preziosi manoscritti corredati da illustrazioni, di grande di grande qualità di mano, dallo stesso autore ( le immagini di cui sono ricchi saranno poste per così dire sotto gli occhi del pubblico grazie all'ausilio di strumenti elettronici), inserendoli poi nel più ampio contesto del dibattito artistico ed estetico sopra tratteggiato.
La cultura architettonica e più latamente decorativa della Siena del primo cinquantennio del Seicento verrà così presentata tramite dipinti, disegni, incisioni, oggetti di arredo soprattutto liturgico (sempre di forte contenuto architettonico), piante prospettiche, biccherne e libri a stampa che grazie allo straordinario impegno formale con cui sempre tali opere risultano composte, renderanno quanto mai evidente e seducente la ricostruzione dell'atmosfera, del "gusto" di questa Siena che, di tutta evidenza non era affatto avvilita e creativamente annichilita, per niente chiusa in un presunto, muto sconcerto intellettuale ed artistico. E, in una sorta di circolo virtuoso che alla fin fine, sotto l'egida dell'erudizione e dell'arte, sembra riconciliare le due stesse eterne rivali, Siena e Firenze, si rifletta su come le due città siano state sino ad oggi (o almeno sino a ieri) accomunate da un'identica damnatio memoriae per quel pertiene la loro arte barocca in generale, e segnatamente per quel concerne l'architettura: nelle guide e nei libri di divulgazione per entrambe, quando si apra il capitolo dedicato al Seicento, ancora si leggono espressioni quali, "decadenza", "ripiegamento localistico", "esaurimento della creatività", e simili. Cosa storiograficamente ormai non più proponibile per il Seicento fiorentino ed egualmente inaccettabile anche per quello senese.
La luce e gli "splendori" non mancavano e se al massimo si vuol parlare di una certa oscurità scesa sulla città, ciò era stato solo per un breve periodo e comunque non per un demerito intrinseco ma per le opposizioni accidentali della storia. non dunque un mesto tramonto, non una lunga notte , ma una temporanea eclisse.
ecco il significato dell'accenno, nel sottotitolo della mostra, alla "eclisse presunta": una metafora, un'immagine concettuale che gli stessi protagonisti del gaudioso e doloroso momento della perdita della libertà da parte di Siena avevano con speranza ed orgoglio coniato. Gli accademici Intronati da sempre avevano predicato, nel loro emblema, "meliora latent", ovvero "i migliori restano nascosti", sdegnando le effimere ribalte del mondo e rifuggendo i rovesci della fortuna. Ed a questo stoico convincimento proprio Teofilo Gallaccini aveva risposto con la sua personale impresa, col suo emblema accademico: un astro splendente celato per un attimo da un corpo. ma gli splendori della nuova età barocca urgevano e, come in un rapido giro di orbite galileiane, la loro rivoluzione non poteva essere arrestata da alcun pianeta tantomeno "mediceo"; cosicché Gallaccini e i "suoi" avrebbero affrontato la felice avventura del rinnovamento in chiave barocca dell'arte "moderna" con scintillante lena.

Catalogo
Protagon Editori Toscani Siena
pag. 228
£ 50.000



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