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In restauro alcuni grandi cicli a fresco del Santa Maria della Scala

La Cappella del Manto, come noto, prende il nome dal celebre affresco che Domenico di Bartolo realizzò nel 1444, raffigurante la Madonna della Misericordia, opera rimossa nel 1610 e collocata nella Sagrestia Vecchia, dove si trova tuttora. In verità questo locale venne edificato per accogliere le preziose reliquie che, nel 1357, erano state acquistate dall'ospedale, con i relativi reliquiari, dal palazzo imperiale di Costantinopoli; esse venivano mostrate pubblicamente su piazza del Duomo, attraverso una finestra appositamente ricavata, una sola volta l'anno. Le tre campate della Cappella sono suddivise da archi a crociera: nelle prime due verso l'esterno nel 1370 Cristoforo di Bindoccio e Meo di Pero vi affrescarono una Madonna in trono e alcuni santi nelle pareti e nei sottarchi. Nella terza invece, nel 1513, per volontà di Pandolfo Petrucci, signore di Siena, Domenico Beccafumi affrescò la lunetta con L'incontro alla Porta Aurea. Questo suggestivo ambiente ha subito un primo restauro "leggero" (abbattimento tramezzi, scialbatura delle parti inferiori rivestite da mattonelle e smalto), per ripristinarne la leggibilità compromessa fino agli anni Settanta dall'utilizzo dell'ambiente come Pronto Soccorso dell'ospedale.
La Sagrestia Vecchia, realizzata sul fianco destro della chiesa della Santissima Annunziata su iniziativa del rettore Giovanni Buzzichelli, morto nel 1444, venne destinata ad accogliere le reliquie dell'ospedale. Il vasto locale, completamente affrescato da Lorenzo Vecchietta (1446-1449), con un ciclo dedicato agli articoli del "Credo" con riferimenti "Nuovo e Antico Testamento", è stato decorato con soluzioni iconografiche di grande complessità e suggestione. Gli affreschi, riscoperti attorno al 1930 sotto più mani di scialbatura, sono tra l'altro interessati da pesanti ridipinture, puliture approssimative, cospicue cadute o alterazioni del colore.
Per quanto concerne infine la Piscina Probatica, il grande affresco di Sebastiano Conca nell'abside della chiesa della Santissima Annunziata, le condizioni di conservazione sono anch'esse purtroppo mediocri: la superficie pittorica è cosparsa da polvere addensata; alcune lunghe crepe segnano la scena e sono inoltre presenti cadute di colore, causate da infiltrazioni.

Benché le pitture murali vengano genericamente inserite nell'ambito degli affreschi, la tecnica del "buon fresco" viene raramente applicata come unica tecnica, soprattutto a Siena. Alla fine del Trecento, ad esempio, Cennino Cennini ricordava che ogni "buon fresco" dovesse essere completato a tempera, tecnica utilizzata dalla maggior parte dei pittori senesi fra Tre e Quattrocento, come tra l'altro risulta evidente anche nei cicli decorativi del Santa Maria della Scala.
D'altra parte con il Quattrocento, come documenta anche il ciclo della Sagrestia Vecchia, vengono usate, oltre a tecniche a tempera e a calce, anche altri procedimenti volti ad impreziosire vesti e fondi e a creare effetti materico-illusionistici.
La difficoltà di riconoscere, interpretare e restaurare la pittura senese di questi secoli sta dunque caratterizzando gli affreschi del Santa Maria della Scala come opere particolarmente complesse e variegate e in parte compromesse dalle precarie condizioni di conservazione in cui versano. Il restauro, e quindi il pieno recupero, di questi cicli affrescati sta costituendo tra l'altro un apporto fondamentale per la rilettura di una vicenda storico artistica di grande complessità e suggestione ma soprattutto di grande rilevanza per l'intera civiltà figurativa senese.



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Spedale di Santa Maria della Scala